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Come scegliere i personaggi da intervistare nel mondo del cinema? I criteri che assicurano storie coinvolgenti

📅 30 Agosto 2026✍️ di Fabio Valenti⏱️ 6 min di lettura

Nel giornalismo di cinema la differenza tra un pezzo che scorre in bacheca e uno che fa fermare il pollice sta sempre nella scelta della persona da intervistare. Lo dico dopo dieci anni tra festival horror europei, retrospettive in sale umide e set low-budget dove il caffè lo porta il macchinista. Selezionare l’intervistato giusto non è solo una questione di agenda: è capire chi ha in mano un frammento di storia capace di generare immagini nella testa del lettore e dettagli verificabili. Qui condivido i criteri pratici che mi hanno salvato decine di volte, con esempi concreti e qualche dritta per trasformare la chiacchierata in un pezzo che funziona anche su Discover.

Valutare il potenziale narrativo subito

Quando incontro un potenziale intervistato, in sala stampa o dietro le quinte, cerco tre elementi immediati: conflitto, trasformazione e posta in gioco. Se non emergono in 60 secondi, passo oltre. Un regista che ha riconquistato i diritti del suo film dopo un contenzioso ha un conflitto chiaro; uno stuntman passato da comparsa a coordinatore ha vissuto una trasformazione; una truccatrice che deve ricreare un effetto cult con metà del budget ha una posta in gioco concreta.

Mi è capitato di recente a Torino: avevo davanti tre opzioni per un film horror micro-budget. Il protagonista era gentile ma generico; la produttrice parlava solo di tax credit; il coordinatore stunt, invece, mostrava una cicatrice fresca e aveva il cellulare pieno di video del set. In dieci minuti mi ha raccontato come hanno simulato un cappio con materiali da ferramenta, chi aveva paura e perché la scena è stata girata senza controfigura. Lì ho capito che era lui il personaggio. Aveva dettagli, rischi reali e immagini forti da descrivere.

Chiedete subito: quali scene o momenti nessuno conosce ancora? Cosa è andato storto? Chi ha salvato la giornata? Se le risposte generano un’immagine netta, l’intervista ha benzina.

Dati, segni e segnali prima della richiesta

Prima di fissare l’intervista, faccio scouting rapido sui crediti, programmi di festival e social. Conto quante mansioni ha coperto la persona (nei low-budget i ruoli multipli raccontano molto), verifico se è citata nelle note stampa con esempi specifici e, se possibile, chiedo al fotografo di set chi ha una storia “visiva”. I fotografi sono radar infallibili: sanno chi ha retto il peso nelle notti lunghe.

Un lettore mi ha chiesto come individuo “quello giusto” in un junket affollato. Risposta operativa: mi preparo tre domande-filtro da 15 secondi ciascuna. 1) Raccontami l’ultima decisione sul set che hai preso in emergenza. 2) Qual è l’oggetto o lo strumento senza cui quella scena non esisterebbe? 3) Se potessi rifarla, cosa cambieresti e perché? Chi risponde con esempi, tempi, luoghi e nomi è un candidato forte. Chi resta sulle frasi fatte, no.

Piccola nota di ecosistema: nei grandi eventi come il Festival di Cannes i personaggi secondari sono spesso più liberi dei protagonisti nel parlare. Un capo reparto costumi può darmi storie più specifiche di una star in tour promozionale. Valutatelo, specie se puntate a un taglio che porti dietro le quinte.

  • Verifica dell’accesso: potete mostrare foto di lavorazione, bozzetti o clip? Senza materiale descrivibile, la storia perde forza.
  • Indice di frizione: il loro ruolo ha scontrato limiti di tempo, soldi o regole? La frizione genera racconto.
  • Variazione di prospettiva: il personaggio vede il film da un angolo insolito (effetti speciali, suono, location)? Bene.
  • Rintracciabilità: quello che dice è verificabile in crediti, call sheet o testimoni? Sempre sì.
  • Voce: il modo in cui parla ha ritmo, immagini, verbi attivi? Se annoia me, annoierà il lettore.

Etica e logistica che fanno la differenza

La storia è forte se è pulita nei permessi. Chiarite subito confini e tempi. Se qualcuno vi offre materiale “dietro le quinte”, chiedete a chi appartengono i diritti e citate le fonti. Il Diritto d’autore non è un dettaglio: un fermo immagine usato male rovina l’articolo e i rapporti con la produzione. Io porto sempre una liberatoria base per foto e audio, anche nei set minuscoli.

Gestite l’“off the record” con disciplina: confermatelo a voce e via mail, delimitando cosa resta fuori. Non usate mai off per fare allusione vaga nel pezzo. Vi bruciate. Sul piano logistico, fate domande compatibili col luogo: in macchina verso l’hotel chiedo scene brevi e concrete; per Zoom pretendo cuffie e stanza silenziosa; in festival rumorosi registro doppio audio. Sembra banale, ma è lì che si perdono dettagli preziosi.

L’angolo horror: cosa funziona davvero

Nel circuito horror (soprattutto italiano) le interviste migliori arrivano spesso da chi crea fisicamente l’effetto: truccatori prostetici, coordinatori effetti di sangue, responsabili di props. Una volta a Sitges ho seguito una truccatrice che, con gelatina e colori alimentari, ha ricreato un morso da manuale in tre minuti netti mentre il regista discuteva la scaletta. Con lei ho avuto verbi, tempi e odori. Con il regista, solo promesse di “atmosfera”.

Su produzioni low-budget, il direttore della fotografia e il location manager hanno storie piene di frizione: generatori che saltano, permessi chiesti all’ultimo, neon cambiati alle tre del mattino. Sono dettagli che fanno clic su Discover perché trasformano la lettura in un dietro le quinte vivido. E se avete chi interpreta il mostro dentro al costume, stretta di mano e microfono: sudore, peso, visibilità, coreografie improvvisate — puro oro.

Quando un lettore mi ha chiesto come trovare storie in un film “senza star”, ho consigliato questo percorso: guardare la scena più complessa del trailer, identificare chi l’ha resa possibile (effetti, stunt, fotografia), parlare con chi ha firmato quella parte e farsi mostrare uno strumento di lavoro. Lo strumento fa partire la narrazione concreta: colla per dentiere finte, lame retrattili, pannelli di luce. Funziona sempre.

Errori tipici da evitare

  • Inseguire solo il nome grosso: spesso è l’intervista più vuota, specie in promozione serrata.
  • Accettare risposte generiche: se dopo due rilanci restano vaghe, chiudete prima e salvate tempo.
  • Dimenticare contesto e verifica: senza incastri con date, luoghi e testimoni, la storia zoppica.
  • Sottovalutare l’audio: ambienti rumorosi uccidono citazioni forti. Portate microfoni e backup.
  • Ignorare la sicurezza: con stunt ed effetti, non romanticizzate i rischi. Chiedete procedure e responsabilità.

Dal nastro all’articolo: come farlo volare su Discover

Una volta raccolta la storia, penso al montaggio come a una sequenza: attacco visivo, promessa, dettaglio verificabile, citazione breve con verbo d’azione, immagine o dato che il lettore non si aspetta. Se l’intervistato mi ha mostrato il trucco del sangue, apro con quel colore, l’odore, il tempo cronometrato. Poi anticipo cosa scopriremo (“come hanno trasformato un magazzino in obitorio in quattro ore”), quindi piazzo una frase che fa scorrere il pezzo.

Per Discover contano freschezza, originalità dell’angolo visivo e nitidezza del titolo. Io evito tecnicismi nel titolo e uso un verbo concreto (“ricrea”, “salva”, “rompe”). Nell’occhiello o nei sottotitoli inserisco l’elemento unico che solo quell’intervistato mi ha dato: uno strumento, un numero, un imprevisto. Le immagini devono raccontare da sole: mani che lavorano, dettagli di trucco, storyboard scarabocchiati. Se la produzione concede, chiedo un breve video verticale del “momento svolta” per arricchire la distribuzione social.

Infine, tempistica: pubblico quando il film ha un picco naturale (trailer, data festival, uscita). Se l’intervista è evergreen, la riprendo con un gancio d’attualità (restauro, anniversario, rassegna). Mai lasciare la storia in coda per settimane: l’energia si spegne e le citazioni invecchiano.

Un metodo semplice da usare domani

La prossima volta che entrate in una press room, fate così: individuate tre persone dietro al film che non siano volti mainstream; fate le tre domande-filtro; scegliete chi porta conflitto, trasformazione e una posta in gioco concreta; verificate accessi e diritti; chiudete in 20 minuti con citazioni e immagini precise. È il modo più sicuro per costruire un articolo che non solo informa, ma fa vedere. E, credetemi, è quello che fa fermare il pollice.

Fabio Valenti

Fabio ha frequentato per dieci anni festival del cinema horror in tutta Europa. Esperto dell'horror italiano, racconta il dietro le quinte di registi e stuntman, con uno sguardo sempre ironico sulle produzioni low-budget.